Novità editoriali



Sean Scully. Long Light

Varese, Villa e Collezione Panza, 19 aprile 2019 - 6 gennaio 2020.

A cura di Anna Bernardini, testi di Anna Bernardini e Kelly Grovier, schede di Marta Spanevello.

Il catalogo della mostra ripercorre attraverso 60 opere dai primi anni Settanta a oggi, per gran parte, la produzione dell'artista statunitense di origine irlandese, offrendo una profonda e robusta visione della sua ricerca e riconfermandolo tra i protagonisti della scena pittorica contemporanea.

 

Le opere in mostra, carte, fotografie, installazioni e dipinti dalla superficie vibrante, creano una corrente che pulsa attraverso le stanze della villa generando una sensazione di ipnotica seduzione. Dai primi acrilici su tela degli anni Settanta - come Backcloth o East Coast Light 2 - che Scully definisce “supergriglie”, intricate trame di linee spesso riccamente colorate che creano illusioni spaziali, seguono i neri monocromi - come Upright Horizontals Red Black - dove per l’artista il nero non è un vuoto o un’ombra, ma un colore e dove l’equilibrio tra sensualità e austerità è alterato in favore della prima, fino ai Doric composizioni architettoniche distribuite per piani verticali e orizzontali rese evanescenti da un ardito tonalismo che attraverso la sovrapposizione di piani cromatici, trasmettono l’intensità materica del colore.


Ettore Pistoletto Olivero | Michelangelo Pistoletto. Padre e figlio

«C’è un tempo che allontana e un tempo che avvicina. Mio padre è mancato ma è tornato nella mia arte» (Michelangelo Pistoletto).

 

 

In uscita il catalogo della mostra curata da Alberto Fiz: "Ettore Pistoletto Olivero | Michelangelo Pistoletto. Padre e figlio" (16 aprile - 13 ottobre 2019, a Biella e Trivero nelle sedi di Palazzo Gromo Losa, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto e Casa Zegna).

 

La relazione archetipica tra padre e figlio consente di rileggere gli scambi che abitano il tempo, travalicando l’aspetto privato, e dialogando sul filo di uno specchio che «indica l’impossibilità di progredire se non considerando ciò che sta dietro di noi: la riflessione sul passato».

 

 

Catalogo MAGONZA

ISBN 978-88-98756-82-7


Rare sono le dichiarazioni di Alberto Burri. Quando rivela la congruenza della sua prima opera all’ultima, ciò che l’artista mostra è la temporalità unica e infinita di una ricerca profonda, che inizia nella natia Città di Castello.

Alberto Burri dipinge il primo paesaggio Texas nel campo di prigionia di Hereford, dove è internato dal 1943 al 1946, durante la Seconda guerra mondiale, per la quale partì volontario come ufficiale medico. Nei dipinti di questo periodo il colore non mima la realtà bensì, come Cesare Brandi scrive, vi è «in nuce, la scoperta della materia, attraverso la messa in opera di una materia».

Materia e colore non sono giustapposti a simulazione del visibile ma è la ricerca della realtà stessa a divenire quadro (Nero, 1951). «Io ricordo la grande invenzione di Burri ...,» scriverà Emilio Villa, «l’esistenza del mondo allo stato puro, fatta quasi di elegante leggerezza all’interno della materia ..., dove le filiture sui crepacci del manifesto sono frettolosamente chiuse da suture, opera di un medico destituito dalle sue relazioni sociali: un medico all’antica che sa le virtù operanti della lana e del lino».

Sacchi, plastiche, ferri e i materiali tutti vengono assunti in una dialettica che travalica il rapporto e la differenza tra superficie e supporto. L’azione dell’artista diviene elemento attivo del processo creativo. Gli strappi e le lacerazioni del tessuto si uniscono al colore (Sacco, 1955, Sacco e Oro, 1956) e poi, come testimoniano le fotografie di Aurelio Amendola, all’elemento del fuoco, attraverso l’uso della fiamma: «Un atto così brutale e simbolicamente distruttivo» che tuttavia «sortisce un risultato di raffinatezza» (Maurizio Calvesi). Si vedano in mostra anche: Ferro, 1960, Combustione, 1957, Combustione, 1965, Rosso Plastica L. A. 1, 1963.

«Qualcosa brucia, si consuma, corrode la materia, la svela come

fragilissima, vulnerabile, esposta, senza difese, inerme. Qualcosa è ferito, spaccato, non-identico, dissestato, rotto, fessurato.

Nelle Combustioni lo sgretolamento della materia, la manifestazione della sua umanissima friabilità, della sua più radicale vulnerabilità, viene restituita con grande equilibrio poetico e formale. è ciò che avviene anche con le Plastiche dove ancora una volta ... è sempre l’uso del fuoco a infliggere su di una materia debole ed inconsistente come la plastica, l’ustione della vita e della morte.

... Come l’animale ferito ci appare più umano e meno “animale”, allo stesso modo, si potrebbe dire, la materia offesa, lacerata, trafitta, ferita, sembra rivelare un carattere umano, sembra umanizzarsi. ...

Nei Cretti questa vena poetica si radicalizza, pretendendo però una dilatazione ulteriore dello spazio, un investimento nuovo della superficie che diviene ancora più esigente rispetto al passato ... In realtà la poetica del Cretto ha le sue origini nella prima metà degli anni Cinquanta. ... In questo caso la ferita non è più inflitta dal fuoco – come accade nelle Combustioni e nelle Plastiche –, ma si genera sfruttando il processo naturale dell’essiccazione. È il divenire stesso del tempo a scalfire l’opera fratturandone la struttura. Burri valorizza in questo modo il processo di fessurazione, di screpolatura della materia. ... si tratta di acconsentire alla trasformazione attiva e lenta dei materiali, di sospingere il quadro nella direzione di una inclusione del tempo e dei suoi effetti di corruzione, di smembramento e di riformulazione dello spazio; lo spazio non neutralizza il tempo così come la bellezza non esorcizza la ferita; l’uno implica l’altro; l’uno accoglie l’altro. [Cretto G 2, 1975, serie grafica di 8 Cretti, 1971]». (Massimo Recalcati)

Nel 1968, in Sicilia, il violento terremoto che colpisce la Valle del Belice distrugge il paese di Gibellina. Nel 1981 Alberto Burri viene chiamato da Ludovico Corrao a realizzare un’opera per Gibellina. Il sindaco Corrao vuole che la ricostruzione della città, sita a circa 20 chilometri dal vecchio

paese in macerie, sia accompagnata dall’opera di grandi artisti.

Burri, unico tra tutti, decide di realizzare il suo lavoro nella Vecchia Gibellina, proprio nel luogo della tragedia. Il suo progetto (si veda in mostra il modello del Grande Cretto di Gibellina, 1984) prevede un enorme Cretto che, nei suoi circa 90 mila metri quadri, per la gran parte ricalca l’assetto viario del paese.

“Sudario” di cemento steso sui resti di un paese distrutto, il Grande Cretto di Gibellina si fa toccante testimone ed eterno custode della Storia e delle persone che in quei luoghi hanno vissuto. Adagiato sulla vecchia Gibellina, il lavoro di Alberto Burri protegge e preserva, con il perpetuo invito al silenzio, la memoria dell’immane tragedia scatenata dal sisma.

Nel 1989 i lavori subirono un arresto e il Cretto rimase incompleto, fino a quando, nel 2015, fu realizzato il completamento grazie alla Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri e alla famiglia Sarteanesi, con il fondamentale supporto del Comune di Gibellina e della Sovrintendenza per i Beni Culturali e Ambientali della Regione Siciliana, attraverso un finanziamento della Comunità Europea.  

Come afferma il curatore: «Il Cretto accoglie i suoi visitatori nel silenzio della natura interrotto solo dai suoni della vita di campagna: le campane degli animali al pascolo, il cinguettio degli uccelli, il suono del vento. Ma in questo silenzio rimbomba ancora il frastuono del sisma, il tremore convulso della terra. Non c’è, infatti, opera d’arte degna di questo nome che non sia in rapporto al

Terrificante».

In mostra le fotografie di Aurelio Amendola, custode dell’archivio più importante sull’artista, a lui legato da un profondo legame di amicizia dal 1976 fino alla sua morte. Gli scatti in bianco e nero, qui accompagnati da Fullness of Wind, di Brian Eno (brano che, composto nel 1975, per l’album Discreet Music segna il passaggio dell’artista dal brano alla dimensione ambientale), sono stati realizzati uno nel 2011 e gli altri nel 2018, su commissione di Magonza editore in occasione della pubblicazione del volume edito lo scorso anno.La mostra si chiude con il video di Petra Noordkamp  – prodotto e presentato nel 2015 dal Guggenheim Museum di New York,  in occasione della grande retrospettiva The Trauma of Painting –  filma in un racconto poetico e di grande sapienza tecnica l’opera di Burri e il paesaggio circostante.

 

Magonza Editore, 19 marzo 2019


15 GENNAIO 1968 - 2018 | 50 anni dal terremoto del Belice "ALBERTO BURRI. IL GRANDE CRETTO DI GIBELLINA"              Testo di Massimo Recalcati

In occasione dei 50 anni dal terremoto che colpì la Valle del Belice, il nuovo libro Alberto Burri. Il Grande Cretto di Gibellina – testo di Massimo Recalcati e fotografie di Aurelio Amendola, edito da Magonza – ripercorre la vicenda dell'opera di Land Art più grande al mondo.

 

Sudario di cemento steso sui resti di un paese distrutto, il Grande Cretto di Gibellina si fa toccante testimone ed eterno custode della Storia e delle persone che in quei luoghi hanno vissuto. Adagiato sulle macerie della vecchia Gibellina, il lavoro di Alberto Burri protegge e preserva, con il perpetuo invito al silenzio, la memoria dell'immane tragedia scatenata dal sisma.

 

La ricostruzione del paese, completamente distrutto nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, portò alla creazione di una nuova realtà, chiamata Gibellina Nuova, dove l'allora sindaco Ludovico Corrao chiamò a sé, con un atto di responsabilità civile, i più importanti artisti del panorama contemporaneo.

Alberto Burri, unico tra questi, scosso dall'immagine delle rovine, volle la sua opera nella vecchia città lacerata. L'intervento dell'artista, che ricoprì l'intera Gibellina Vecchia con una distesa di cemento che tiene salde le materie e i ricordi, sancisce un legame tra il bisogno di elaborazione del trauma e lo scenario storico in cui esso si materializza, antico e mitico. Corrao ripercorre l'incipit di quel monumentale intervento di arte contemporanea attraverso le stesse parole dell'artista: «“La luce al tramonto taglia ombre dure sui gradini del teatro greco di Segesta”: questa visione, mi confidò Burri, fu la scintilla che fece scattare la sua idea di costruire il Cretto. Ebbe quindi la necessità di stabilire un filo storico tra Segesta e Selinunte e una pagina di storia, che sembrerebbe storia di emarginati ma che attraverso le opere d'arte diventa la storia del riscatto. Il teatro di Segesta da un lato, il residuo glorioso dell'oblio dall'altro. L'oblio del terremoto a Gibellina e il suo teatro nello stesso Cretto di Burri».

Per Massimo Recalcati «l'opera d’arte, come sanno bene tutti i grandi artisti, intrattiene sempre un rapporto con l’assoluto, con l’irraffigurabile, con il reale, con l’impossibile». Accanto al prezioso saggio dello psicanalista, tra i più noti in Italia – membro dell’Associazione lacaniana italiana di psicoanalisi –, completa il volume una ricca selezione di inedite immagini in bianco e nero di Aurelio Amendola, custode dell'archivio fotografico più ricco di Alberto Burri, in una reinterpretazione nuova e per la prima volta esaustiva, dopo il completamento nel 2015, del Grande Cretto di Gibellina.


BURRI / FONTANA / AFRO / CAPOGROSSI

La mostra intende rievocare una delle stagioni più tragiche, e contemporaneamente sublimi, dell’arte italiana e internazionale. Attraverso la scelta di una serie di opere di quattro tra i maggiori rappresentanti dell’arte del dopoguerra – Alberto Burri, Lucio Fontana, Giuseppe Capogrossi e Afro Basaldella – essa propone un’immersione in questa “risposta dell’arte al mondo inautentico di vita ch’è stato imposto agli uomini” (Giulio Carlo Argan).

 

Al centro delle preoccupazioni dell’arte nella seconda metà del XX secolo sta la necessità per gli artisti di conquistare una nuova libertà creativa.

Il percorso espositivo evidenzia questa sistematica rimessa in discussione dei fondamenti dell’espressione artistica: gesto, segno, colore, materia e superficie. Nell’esplorare le possibilità della forma e dell’informe, dell’esperienza e del processo come ulteriore fonti espressive, emergono esiti differenti, referenziali, anarchici, in cui non trovano più ragione le divisioni tra dipinto, scultura, grafica e disegno.

 

La mostra, a cura di Carole Haensler Huguet e Pietro Bellasi, co-prodotta e realizzata dal Museo di Villa dei Cedri in collaborazione con Magonza editore, è stata realizzata grazie al prezioso contributo della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, della Fondazione Lucio Fontana, della Fondazione Archivio Capogrossi e della Fondazione Archivio Afro.

 

Catalogo MAGONZA. Testi di Pietro Bellasi, Andrea Cortellessa, Valter Rossi (2RC), Carole Haensler Huguet, Chiara Sarteanesi, Marco Vallora.


PAOLO ICARO Unending Incipit

Sabato 9 dicembre, presso la Pinacoteca Comunale di Città di Castello, inaugura Paolo Icaro. Unending Incipit, una mostra a cura di Davide Ferri e Saverio Verini, prodotta dalla casa editrice Magonza (www.magonzaeditore.it), con la collaborazione del Comune di Città di Castello e dell'Associazione Palazzo Vitelli a Sant'Egidio. Secondo appuntamento del Progetto Extramuros, l'esposizione si snoda negli storici spazi di Palazzo Vitelli alla Cannoniera, interessando le sale, il loggiato e il giardino all'italiana della prestigiosa sede della Pinacoteca, dove verrà collocata una grande installazione appositamente realizzata.

La mostra – aperta al pubblico fino al 28 gennaio 2018 – è l’occasione per riflettere sul lavoro di Paolo Icaro (Torino, 1936), il cui linguaggio, formatosi a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta tra Italia e Stati Uniti (dove Icaro ha vissuto per più di un decennio) nel solco dell’esperienza delle neoavanguardie americane, rappresenta un importante contributo al rinnovamento della scultura contemporanea. Il lavoro di Icaro ha attraversato movimenti e stagioni cruciali per l’arte italiana e internazionale, a partire dall’Arte povera – alle cui prime mostre prese parte, senza tuttavia mai aderirvi completamente. In seguito l’artista ha costruito un’identità autonoma e originale, che lo ha posto al centro dell’attenzione della critica fin dagli anni Sessanta e che oggi lo rende uno dei più importanti autori italiani attivi sulla scena internazionale.

 

Città di Castello, Pinacoteca Comunale (Via Cannoniera, 22/A)

10 dicembre 2017 – 28 gennaio 2018

Catalogo Magonza editore

Informazioni: Tel. 075.8554202 - 075.8520656


HANS HARTUNG. POLITTICI

L’astrattismo europeo del Novecento approda alla Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia. Una delle figure di spicco del movimento, Hans Hartung (Lipsia, 1904 – Antibes, 1989), viene celebrato nel capoluogo umbro per più di tre mesi,  dal 24 settembre 2017 al 7 gennaio 2018. 40 lavori su carta e 16 dipinti di grandi dimensioni -articolati in scomparti, come i polittici della Galleria Nazionale dell’Umbria- realizzati tra 1961 e 1988 e a Perugia mostrati per la prima volta tutti assieme come serie.

La serie dei polyptiques - spesso così identificati dallo stesso Hartung sul retro delle opere, nonostante non si tratti di titoli veri e propri - nasce agli inizi degli anni Sessanta, quando l’artista prende a dipingere direttamente sulla tela senza prima concepire l’opera su carta, sperimenta nuove tecniche, dilata i formati, giungendo nell’ultimo periodo, costretto sulla sedia a rotelle, a realizzare i propri dipinti con l’aerografo.

L’iniziativa si propone anche di ripercorrere lo stretto legame di Hartung con l’Italia, risalente già alla prima metà del secolo quando in occasione del viaggio del 1926, oltre a visitare città simbolo come Venezia e Firenze, si lasciò affascinare dai paesaggi siciliani, in particolare dallo spettacolo naturale dell’Etna e dai templi della Magna Grecia.

Ma è soprattutto con Venezia che Hartung intrattenne un rapporto particolare, in virtù delle numerose partecipazioni alla Biennale, dal 1948 al 1984: qui ricevette nel 1960 il Leone d’oro e tornò nel 1984 a testimoniare una diversa fase creativa, con una selezione di nuove tele di grandi dimensioni, caratterizzate dagli sfondi realizzati con l’aerografo sui quali interviene con gesti ampi e decisi attraverso l’utilizzo di strumenti disparati come una scopa di rami di ginestra intinta nella vernice nera.

La mostra, a cura di Marco Pierini, con il contributo della Fondazione Hartung Bergman di Antibes, è stata realizzata con il decisivo contributo e la collaborazione di Magonza editore.

 

Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria (corso Pietro Vannucci, 19)

24 settembre 2017 – 7 gennaio 2018

Catalogo Magonza editore

Informazioni: Tel. 075.58668415; gan-umb@beniculturali.it


Alcune opere della collezione Magonza

  • Jannis Kounellis, Senza titolo, 2014 (multiplo 1/25), contente un disegno "unico" dell'artista
  • Marco Gastini, Senza titolo, 2016
  • Claudio Parmiggiani, Handel, Variationen and Fuge, 2016
  • Renato Ranaldi, Quando andavo in bicicletta, 2015 (multiplo 1/20)

Per informazioni contattare il Direttore Alessandro Sarteanesi

  • +39-392-5659608 oppure scrivere a
  • alessandro.sarteanesi@magonzaeditore.it

La nostra collezione ha  inoltre l'onore di ospitare anche opere di Jean Boghossian, Franco Giuli, Paolo Icaro, Eliseo Mattiacci, Paolo Tait, Dim Sampaio, Giuseppe Uncini, Nicola Carrino, Bizhan Bassiri, Klaus Münch, Marco Baldicchi, Aurelio Amendola.


Mozart (direttore Bruno Corà)


MOZART 1 + 2 + 3
120,00 € 100,00 €
MOZART 7
40,00 €
MOZART 6
40,00 €
MOZART 5
40,00 €
MOZART 4
40,00 €
MOZART 3
40,00 €
MOZART 2
40,00 €
MOZART 1
40,00 €
MOZART 9
20,00 €
MOZART 8
20,00 €
MOZART 10
20,00 €

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